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RAMONA LUONGO

Mi sono avvicinata alla fotografia come a un’estensione naturale del mio modo di ascoltare. La formazione in psicoterapia mi ha insegnato a cogliere sfumature, silenzi e piccoli movimenti spesso impercettibili, e la macchina fotografica è diventata il mio strumento per catturare sensazioni senza doverle tradurre in parole. Scatto per restare un po’ più a lungo dentro ciò che accade, custodire la tenerezza di un momento e restituirla a chi guarda, invitando a soffermarsi su ciò che spesso passa inosservato e a riconoscersi in quell’attimo.
 

Mi muovo tra fotografia analogica e digitale, due modi diversi di percepire il tempo. La fotografia analogica nasce da un gesto lento, pensato e atteso, restituendo l’unicità di ogni momento che non può essere rifatto né corretto; accoglie l’imprevisto e fa dell’imperfezione parte della verità dello scatto. La fotografia digitale, invece, mi permette di seguire il fluire delle cose con maggiore libertà, muovendomi dentro ciò che accade senza costrizioni.

Per me fotografare significa essere presente e dire, senza parole: “guarda quanto è delicato questo momento, eppure esiste.”



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